Scuola superiore: dieci consigli per sfruttare al massimo un Open Day

kingston-university-5a5a198-kingston-university-open-days.jpgLa scelta della scuola per i propri figli è sempre un momento importante nel percorso di un genitore e io stessa, come madre, ho accompagnato mia figlia a molti open day, supportandola nei vari passaggi da un ciclo di studi all’altro.

Proprio perché faccio questo lavoro da molti anni e so quanto sia importante sentirsi sicuri di poter fare la scelta migliore, ho utilizzato quello che considero lo strumento più efficace per poter verificare la qualità di una scuola, poterla considerare valida e potersi fidare: l’Open Day.  Perché alla fine è questo che cerchiamo: poterci fidare della scuola dove studieranno i nostri figli e della promessa che questa scuola ci fa.

E’ importante avere le idee chiare su questo, soprattutto quando la scelta riguarda la scuola “superiore”, cioè il ciclo di studi dove si va a delineare un primo progetto per il futuro.

Decalogo per sfruttare al massimo un Open day

Lo strumento più valido e accessibile per poter conoscere le scuole è andare a visitarle di persona: questo permette di sfruttare al massimo l’opportunità data dalle diverse realtà formative di vedere di persona cosa offrono, ascoltare cosa ci raccontano e rendersi conto se stiamo facendo o meno la scelta giusta.

Per poter sfruttare al massimo la partecipazione ad un Open day ho scritto un “decalogo” che ritengo possa essere utile:

  1. Ascoltate attentamente tutto quello che vi viene detto, leggete tutto il materiale che vi viene dato, soprattutto quello relativo al piano di studi e fate domande. Preparatevi, scrivetevi domande sulle cose che maggiormente vi interessano o sui dubbi e le perplessità dei vostri figli e poi fatele. Tutte. Domande utili potrebbero essere quelle sulla stabilità del corpo docente, sull’utilizzo del digitale nella didattica o sul regolamento interno (gestione di ritardi, assenze, disciplina). Quelle che pongono più spesso gli studenti sono: “Si studia tanto? E’ una scuola difficile? Posso studiare e continuare a fare attività sportiva?” Sono tutte domande legittime!
  2. Laddove possibile (nelle private non vi verrà mai detto di no), prendete un appuntamento con il Preside (oggi si chiama Dirigente Scolastico) o il Vice Preside. La scuola è sempre il riflesso della “Vision” del suo Dirigente: scambiarci due chiacchiere più aiutare a capire molte cose sull’ambiente dove vivranno per cinque anni i vostri figli.
  3. Parlate con gli studenti. Gli open day più belli e “sinceri” sono quelli dove i protagonisti sono gli studenti stessi. Parlate con loro, fate loro domande, chiedete loro tranquillamente cosa preferiscono e cosa non amano della loro scuola: saranno contentissimi di rispondervi e lo faranno con una sincerità e una trasparenza disarmante.
  4. Prendete tutte le informazioni sui programmi didattici, progetti d’eccellenza, “fiori all’occhiello”. Ad uno stesso corso di studi corrispondono oggi molteplici sperimentazioni e indirizzi differenti. Un liceo dello sport non è uguale in ogni scuola e questo vale per qualsiasi altro indirizzo di studi. Chiedete bene cosa caratterizza quello specifico indirizzo di studi.
  5. Informatevi su eventuali progetti extra-scolastici. La scuola non può più essere solo il luogo dove si entra con la campanella del mattino e si esce con quella dell’una e mezza (minuto più, minuto meno) ma deve diventare un luogo dove i vostri figli socializzano, incontrano altre realtà, sperimentano. Alcune scuole lo stanno capendo e si stanno già muovendo in questo senso con progetti laboratoriali eccellenti (teatro, musica, danza, sport, lingue, arte, giornalismo, nuove tecnologie, coding…). Sono poche ma esistono, cercatele.
  6. Fate caso a quanti genitori sono lì per iscrivere il loro secondo o terzo figlio. Una scelta riconfermata è sempre un ottimo biglietto da visita per la scuola.
  7. Scambiate due parole con qualche docente, se presente. Ponete attenzione a quello che vi dice ma soprattutto a “come” ve lo dice, con quale professionalità e passione per il proprio lavoro.
  8. Fate qualche domanda sul “futuro” degli studenti diplomati in quella scuola. All’inizio non ci si pensa ma l’obiettivo è uscire preparati e con buone chance per il futuro. Scuole con buoni esiti agli esami di ammissione universitari e nei percorsi universitari sono scuole che investono nella qualità della formazione.
  9. Informatevi se la scuola ha rapporti con aziende e col mondo del lavoro: come ho già detto nel mio primo post, la scuola e i docenti non possono più permettersi di considerarsi estranei al mondo del lavoro. Verificate anche questo aspetto.
  10. Potete attenzione all’insegnamento della lingua inglese e alla formazione in ambito tecnologico e digitale. Oggi sono queste le competenze più richieste dal mondo del lavoro e trasversali a qualsiasi indirizzo di studi.

E alla fine, fuori elenco ma la cosa più importante di tutte: portate vostro figlio o vostra figlia con con voi!!! E ascoltate la loro opinione: si sta parlando della loro vita, del loro futuro, del luogo dove passeranno i loro prossimi cinque anni. Date ai vostri figli ogni informazione e consiglio ma tenete presente che la scelta definitiva dovranno farla loro, sempre.

A presto

Emanuela

Foto: Kingston University 

 

Due strade per vivere con passione il proprio lavoro

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Dodici anni fa, nel suo celebre discorso alla Standford University, il co-fondatore della Apple, Steve Jobs, pronunciò le leggendarie parole:

The only way to do great work is to love what you do. If you haven’t found it yet, keep looking. Don’t settle.
L’unico modo per fare un buon lavoro è amare quello che si fa. Se ancora non l’avete trovato, continuate a cercare. 

Questo messaggio è stato fonte di ispirazione per tutti noi e, per un momento, ci siamo sentiti tutti un po’ folli ed affamati.
Io credo che questo discorso abbia veramente segnato un’epoca.

Queste stesse parole, tuttavia, possono trasformarsi in una pericolosa trappola.

“The passion trap”: la trappola delle passioni.

Secondo un’indagine Istat, nel 2016 il 74,8 degli occupati in Italia ha dichiarato di essere abbastanza o molto soddisfatto del proprio lavoro (nonostante tutto, un buon dato). Tuttavia il 54% degli italiani non è soddisfatto della coerenza del proprio lavoro con il titolo di studio (sondaggio Osservatorio Findomestic). Io interpreto così questi dati: quando il lavoro c’è ringraziamo il cielo e teniamocelo ben stretto ma non sempre possiamo fare il lavoro dei nostri sogni.

Un interessante articolo (in inglese) mi ha portata a riflettere sull’argomento: Cal Newport, Associate Professor of Computer Science alla Georgetown University, attribuisce questa insoddisfazione proprio al mantra del segui le tue passioni. Newport parla di vera e propria “trappola” delle passioni:

The more emphasis you place on finding work you love, the more unhappy you became when you don’y love every minute of the work you have.
Più ti ostinerai a cercare il lavoro che ami, più sarai infelice quando (inevitabilmente ndr) non amerai ogni singolo minuto del lavoro che fai.

Ogni lavoro alla lunga ha il suo carico di routine e di incombenze fastidiose e se pensi di poter vivere con passione ogni momento che passi sul posto di lavoro, rischi di andare incontro ad una pericolosa illusione.

La “trappola” delle passioni può addirittura limitare la crescita professionale: sappiamo quanto il successo richieda impegno, fatica e confronto costante con gli inevitabili errori. La crescita professionale è un processo caratterizzato da frequenti momenti di discomfort, di disagio. Non a caso i leader imparano ben presto l’arte della resilienza. Con la fissa del fai il lavoro dei tuoi sogni spesso si confondono questi momenti di discomfort con la convinzione di essere nel posto sbagliato per noi.

E tu, ami il tuo lavoro?

Un gruppo di ricercatori dell’University of Michigan ha studiato come le persone vivono la passione per il proprio lavoro: la maggior parte delle persone crede che la passione per il lavoro sia data dalla la perfetta combinazione tra chi sei, cosa ti appassiona e le opportunità di carriera che hai. Una piccola minoranza di persone ha una mentalità diversa. Questa crede che la passione si possa “sviluppare” sul campo, nel tempo. Come già spiegato nel precedente articolo a proposito del talento, anche la passione per il proprio lavoro non è una costante fissa ma la si può coltivare, giorno dopo giorno.

E come fai ad appassionarti al tuo lavoro?

Facendo meglio quello che fai!
Teresa Amabile, Director of Research alla Harvard Business School, ritiene che questa mentalità orientata al progress possa, più di altre, condurre a soddisfazioni professionali. Gli psicologi Edward Deci e Richard Ryan considerano il senso di competenza come uno dei principali motori di motivazione e coinvolgimento sul lavoro. E’ la storia dei quelli che entrano in azienda come magazzinieri e ci escono da dirigenti. Ne conosco più d’uno.

Due strade per vivere con passione il proprio lavoro

Ci sono due strade per vivere con passione il lavoro:

  1. Investire tutte le tue energie per fare il lavoro dei tuoi sogni 
  2. Sforzarti di fare ogni giorno, sempre meglio, il lavoro che già fai.

Sono entrambe strategie validissime, la prima indubbiamente più affascinante della seconda. Se però al momento non puoi permetterti il lusso di mollare tutto e inseguire i tuoi sogni o non hai neppure ben chiaro quale sia il tuo sogno, non disperarti! Fai meglio quello che già fai ed è probabile che, prima o poi, finirai per amarlo.

Grazie

Emanuela

Foto: Linkedin

Perché devi riconoscere il tuo talento e metterlo al lavoro

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Parlare di talento va molto di moda e io non ho resistito al fascino dell’ X Factor, a tal punto da dedicargli un blog. Questo dono dato da Dio all’uomo (conosciamo tutti la parabola dei talenti) gode di tale popolarità d’aver messo in ombra autorità assolute come l’intelligenza e la ragione, declassate a qualità innate e immutabili, tutt’al più plasmabili. Il talento, al contrario, è come l’uva: si coltiva. Ed è questo che lo rende così terribilmente irresistibile.

Il talento individuale e il talento delle aziende

Parliamo di talento individuale ma esiste anche il talento delle aziende e persino quello sociale. La ricerca Randstad Award, chiamata quest’anno Randstad Employer Brand, ha decretato le aziende che – secondo i potenziali dipendenti – dimostrano la maggiore capacità di attrarre a sé i talenti in cerca di lavoro. Questo significa che il colloquio di lavoro non è più un rigido esame dove il candidato deve dimostrare tutto ad un inclemente selezionatore. Il nuovo colloquio di lavoro è un momento in cui il talento del candidato si incontra con il talento dell’azienda sino a trovare il punto di equilibrio perfetto.  Jill Larsen, Senior Vice President dell’area Talent Acquisition della Cisco, ha deciso di modificare l’approccio dell’azienda nella ricerca e nella definizione di strategie per la ritenzione dei talenti, trasformando la sua immagine in quella di un datore di lavoro appetibile e interessante per i professionisti del settore. Queste strategie oggi fanno la differenza in termini di competitività.

Cos’è dunque il talento?

Il talento è un’azione. La professoressa dell’Università di Stanford Carol Dweck, che da oltre quarant’anni studia l’argomento, ci insegna che la maggior parte delle persone è rigida da questo punto di vista: Il talento o ce l’hai e non ce l’hai. Secondo la Dweck, queste persone hanno una mentalità rigida e credono che il talento, come l’intelligenza, sia un carattere immutabile. Non è così. La stessa parabola di Matteo è una straordinaria metafora sul valore della responsabilità. Il talento si coltiva costantemente mediante l’impegno e l’apprendimento. Non solo: se non viene coltivato, da noi o dalla nostra azienda, lentamente e inevitabilmente, si atrofizza.

Il talento non è cosa ma come fai qualcosa

Laura Garnett è una Performance Strategist statunitense, ideatrice del metodo Zone of Genius. Garnett sostiene che il talento non è solo un dono nel saper far qualcosa ma ha più a che fare con il come fai qualcosa.

Mi spiego: il tuo talento non è saper recitare, il tuo talento è il lavoro, il tuo approccio personale alla recitazione, come ti prepari per il ruolo, tutto quello che ti rende diverso da ogni altro attore.

Il talento, allo stesso tempo, porta con sé un enorme paradosso: pur essendo una caratteristica naturale, presente in ognuno di noi, viene spesso “sabotata” dalla maggior parte delle persone che nega a prescindere la possibilità di godere di questo privilegio. Una sorta di stratagemma per restare ancorati alla propria “zona di comfort”. Si spende la maggior parte del tempo a cercare di migliorare le proprie debolezze, a lamentarsi dei propri limiti, invece di fermarsi, prendersi un momento di autovalutazione, riconoscere il proprio talento innato e metterlo al lavoro. Sì, metterlo al lavoro.

La tua “zona d’ispirazione”

La vera potenza del talento è che quando lo metti davvero al lavoro, entri magicamente in quella che io chiamo la tua “zona d’ispirazione”, uno spazio d’azione dove i tuoi interessi, le tue passioni e capacità convergono fino a rendere le tue performance professionali o personali, uniche e straordinarie.

In realtà tutti noi abbiamo fatto almeno una volta nella vita questa esperienza. Sai perfettamente di essere nella tua zona d’ispirazione quando:

  • sei esaltato ed entusiasta degli obiettivi raggiunti;
  • desideri costantemente migliorare le tue prestazioni;
  • sperimenti quella sensazione di “assenza di tempo”, cioè lavori senza renderti conto che il tempo passa e attorno a te sono successe mille altre cose;
  • vivi quello stato di esperienza ottimale che lo psicologo ungherese Mihaly Csikszentmihalyi ha definito “flow”, il “flusso”.

Mettere al lavoro il tuo talento e lavorare nella zona d’ispirazione significa vivere a pieno il tuo potenziale. Un’esperienza che non ci si può e non ci si deve negare.

Grazie della tua attenzione e a presto. 

Emanuela

Foto: Sara Baras , “La Pepa”

Il mio blog di career coaching e orientamento

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Il primo post è un po’ come il primo bacio: emozionante e carico di aspettative. A volte capita subito, altre volte succede solo dopo un lungo corteggiamento, paure, dubbi. Lo faccio? Non lo faccio? E se poi non va?

E poi, ho deciso di farlo

Questo blog è nella mia testa da mesi, forse anni. Non è il mio primo blog ma è il primo con il mio nome e cognome. E la mia faccia. Il primo in cui parlo del mio lavoro di carrier coaching e orientamento, che poi è quello che più amo fare, da sempre. Parlo di sviluppo del potenziale umano, di talento, di quella grinta ed energia che si sprigiona quando scopri quello che più ti piace fare. E lo fai!

Parlerò del metodo I.E.M.A.N. che poi sono le iniziali del mio nome e cognome ma è anche l’acronimo di un processo fondamentale in cui ogni singolo passaggio richiede impegno, costanza e disciplina ferrea. Perché va bene il talento, ma senza lavoro, regole e disciplina non si ha la benché minima speranza di ottenere risultati. Si lo so, nulla di nuovo: questo dell’impegno è un tormentone che ci propinano da sempre e che sicuramente trasmettiamo con enfasi ai nostri figli e studenti. Ma quanti lo applicano con metodo, ogni giorno, per raggiungere i propri obiettivi?

Studio & Carriera: una coppia affiatata 

Il mondo dell’istruzione e ancor di più quello del lavoro sono in continua evoluzione ed è impensabile approcciarsi a questi mondi con gli stessi criteri validi anche solo un paio di anni fa. Ho la grande fortuna di lavorare sia scuola che in università, di collaborare quotidianamente con decine di aziende nelle attività di placement e sono convinta di una cosa:  non possiamo più permetterci di considerare la formazione qualcosa di separato dal mondo del lavoro. Come dico sempre agli studenti, il futuro non è un obiettivo ma un viaggio e prima si parte, più lontano si arriva. 

Talento, potenziale umano, obiettivi, carriera: tutto questo sapendo che il concetto stesso di  “lavoro” è cambiato e il percorso di carriera non può più essere una linea retta che va dal primo impiego all’ultimo.  Questo percorso durerà…tanto, tantissimo!! E nel frattempo cambieremo noi e ancora più velocemente il mondo attorno a noi. Dobbiamo prepararci a rimetterci sempre più spesso in discussione. Facciamocene una ragione: il cambiamento prima o poi arriverà e  noi dovremo essere pronti e, soprattutto, preparati (va benissimo letto con entrambi gli accenti)!  

Una promessa

Che tu sia uno studente che deve scegliere il percorso di studi, un giovane in cerca di lavoro, un lavoratore in cerca di nuovi stimoli e prospettive, ti prometto che metterò a disposizione la mia esperienza professionale (e personale), le mie conoscenze e gli strumenti che conosco per accompagnarti nel tuo percorso.

Grazie e a presto,
Emanuela